sabato 8 ottobre 2011

GEORGE HARRISON


While my guitar gently weeps




Paolo e Francesca.

         
                  Dante - Divina Commedia 
   
                                 Canto V                                      Paolo e Francesca






(...)  Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.





Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.





La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.





Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.





Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.





E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali





di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.





E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo guai,





ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».





«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.



A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.





Ell' è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.





L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa





Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.





Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille
.





Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.





I' cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».





Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».





Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!».





Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;





cotali uscir de la schiera ov' è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.





«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,





se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.





Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.





Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.








 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.





Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.





Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.







Quand' io intesi quell' anime offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?»





Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!»





Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.





Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».





E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.





Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice





Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.





Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.





Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,





la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».





Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io morisse.





E caddi come corpo morto cade.






venerdì 7 ottobre 2011

ADDIO MIA CONCUBINA







"Grande storia d’amore omosessuale, Bawang Bieji (Addio, mia concubina) di Chen Kaige ha molti primati. Per la prima volta s’uniscono nella realizzazione d’un film gli ex nemici politici più accaniti, i cinesi della Repubblica popolare, di Taiwan, di Hong Kong, più i giapponesi che hanno curato il lavoro di post produzione.




 Per la prima volta in un film della Repubblica popolare cinese si racconta in termini non comici né moralistici l’amore di un uomo per un altro uomo, l’omosessualità, la prostituzione omosessuale. Per la prima volta si prende atto, celebrandola, della fine di un’istituzione culturale cinese famosa e applaudita nel mondo, l’Opera di Pechino: per memoria ne venivano illustrati anche i diversi stili, testi e simbologie nella versione completa del film lunga tre ore e quaranta minuti, un’ora più della versione presentata al festival. Per la prima volta le sopraffazioni, i guasti umani, l’alterazione delle coscienze provocati dalla Rivoluzione culturale cinese vengono descritti in dettaglio, e da un regista quarantunenne che, allora studente, fu mandato a fare lavoro manuale in campagna: maltrattamenti, beffarde umiliazioni in pubblico, coazioni a denunciare amici e parenti, tradimenti, abiure, falsi pentimenti. Una devastazione etica e sentimentale alla quale anche Chen Kaige partecipo’denunciando come reazionario il proprio padre regista di film Opera, e che per gli intellettuali cinesi resta indimenticata, imperdonabile.



 Film del rimorso, tratto da un romanzo di Lilian Lee, Addio mia concubina prende il titolo dal titolo dell’opera sempre interpretata insieme dai protagonisti, celebri attori dell’Opera di Pechino: un’opera con due personaggi principali, in cui una concubina preferisce la morte alla separazione dal suo re amante sconfitto in politica e in guerra. Il film si estende durante oltre cinquant’anni, dal 1924 al 1977, attraverso l’invasione giapponese, l’egemonia del partito nazionalista, l’avvento dei comunisti al potere, la Rivoluzione culturale: ma la Storia è soltanto uno spettacolo. Gli eventi restano lontani, presentati in forma teatrale, e offrono appena un’occasione al manifestarsi delle gelosie, dei conflitti, della pochezza del maschio troppo amato. La vicenda è tutta interiore, tutta passionale. L’attore grazioso e bello che fa la parte della concubina (Leslie Cheung) è innamorato dell’attore atletico e virile che fa la parte del re (Zhang Fengyi), soffre quando lui sposa una prostituta (Gong Li), si prostituisce a uomini potenti per salvarlo, viene tradito da lui che lo accusa pubblicamente d’essere antipatriottico, omosessuale e oppiomane, accetta da lui le più strazianti umiliazioni, muore per lui. Anche la moglie dell’amato lo ama, è gelosa della passione dell’altro, viene rinnegata. L’amato, attore eccellente, uomo mediocre, amorale, pauroso e opportunista, rimane il solo vincente.



 Per la prima volta (altro primato) Chen Kaige racconta l’amore, i sentimenti privati, una storia che può essere quella di un uomo tra un uomo e una donna, o di un uomo tra una donna reale e una pseudo donna: era piuttosto la metafora sociale e politica a dominare i suoi bellissimi film precedenti, La grande parata (1983), Terra gialla (1984), Il re dei fanciulli (1987), La vita sul filo (1991). Lo splendore figurativo di quei film stavolta s’attenua, la meraviglia estetica lascia il posto a uno stile più interiore, più sensibile ai personaggi e alle loro passioni, più convenzionale: Leslie Cheung e Gong Li sono interpreti magnifici."


Lietta Tornabuoni 
   1993


mercoledì 28 settembre 2011

Mio dolce bello



Il dio della bellezza

Vedo molte forme... graziose, elegante,
raffinate, la vita muovente
L’armonia che parla, ride, nuota nelle strade...
aspiro tutte queste emozioni
che liberano la mia fantasia
Colori d’estate, vivaci, senza inizio,
sogni che l’anima dipinge,
i fiori che mi dai...
Puri come fontane sono i suoni
che’l vento me porta,
sulla musica della voce tua
le mie orecchie ballano
Un sentimento di mille nomi,
ogni volta che guardo la città,
l’abbraccio dei sensi...
dolce, misterioso, stimolante...
com’un amore appassionato
ed il mio cuore canta ...
Bellezza, la gioia indescrittibile,
la poesia senza parole...
tu, irrestibile bellissima bellezza!



Sybille (Sydney) Krivenko 2007


The beauty of Johnny Weir